In questi giorni le notizie di licenziamenti nelle grandi aziende si susseguono: Netflix, Kroger, Ericsson. Numeri importanti, che riguardano anche manager, professionisti altamente specializzati, persone con responsabilità e carriere consolidate.
Per le organizzazioni si parla di ristrutturazioni, efficientamento, ridefinizione delle priorità strategiche.
Ma cosa accade alle persone quando, improvvisamente, scoprono di non essere più necessarie all’organizzazione per cui lavorano?
Qualche settimana fa, durante una sessione di coaching, ne parlavamo proprio con un manager di quanto i licenziamenti rapidi fossero diventati una pratica ricorrente nelle multinazionali. Ne parlavamo come di una possibilità concreta, parte di uno scenario professionale sempre più incerto. Stavamo lavorando sulla sua leadership e su alcune prospettive di evoluzione professionale. Lui stesso stava considerando un cambiamento. Alla sessione successiva mi ha detto:«Sai qual è la novità? Mi lasciano a casa. Pare che il mio ruolo non serva più».
In pochi giorni, il nostro lavoro ha cambiato completamente direzione. Da un percorso di sviluppo della leadership siamo entrati in una transizione professionale involontaria. Perché un conto è desiderare un cambiamento. Un altro è subirlo.
Anche quando si conoscono perfettamente le dinamiche delle grandi organizzazioni, anche quando si è consapevoli che potrebbe accadere, il momento in cui accade davvero può essere profondamente destabilizzante. Non viene meno soltanto un ruolo. Possono vacillare il senso di sicurezza, identità professionale, la fiducia nella propria capacità di governare il futuro. E tutto questo non avviene soltanto sul piano cognitivo. Il corpo partecipa alla transizione. E può conservarne le tracce molto più a lungo di quanto immaginiamo.
Ricordo una cliente di qualche anno fa, licenziata improvvisamente poco prima di Natale. Aveva successivamente trovato un nuovo lavoro, ricostruito una quotidianità professionale, ripreso il proprio percorso. Eppure, l’anno seguente, all’avvicinarsi di quella festività, proprio quando tutti si concedono un momento di rallentamento e famiglia, quella paura si era ripresentata. Era totalmente cambiato il contesto. Era passato un anno. Ma quella circostanza continuava a evocare nel suo corpo un senso di minaccia.
Non ogni licenziamento è un trauma in senso clinico. Ma una perdita improvvisa, soprattutto quando vissuta come minacciosa e fuori dal proprio controllo, può lasciare un’impronta profonda nel sistema nervoso. E questa impronta può continuare a influenzare il modo in cui affrontiamo situazioni successive, anche quando razionalmente sappiamo di essere al sicuro.
È una delle ragioni per cui, dopo la pandemia, ho scelto di approfondire il Somatic Coaching. Osservavo come le esperienze di perdita, incertezza e discontinuità che stavamo attraversando avrebbero potuto aumentare e incidere sulle transizioni personali e professionali negli anni successivi. E comprendevo sempre più chiaramente che accompagnare una transizione richiede uno sguardo più ampio della sola dimensione professionale.
Da coach professionista, ovviamente non mi occupo del trattamento del trauma. È un ambito che richiede competenze cliniche specifiche. Ma il mio approccio al coaching è divenuto trauma-informed. Significa riconoscere che ciò che può apparire come una difficoltà a ripartire, una resistenza al cambiamento o una mancanza di motivazione potrebbe essere anche l’espressione di un sistema che sta ancora cercando sicurezza. Significa non confondere la necessità di ritrovare stabilità con l’incapacità di agire. E soprattutto significa non dare per scontato che una transizione sia conclusa soltanto perché, esteriormente, la situazione si è risolta. Trovare un nuovo lavoro non equivale necessariamente ad aver integrato la perdita del precedente.
Perché una transizione non riguarda soltanto ciò che cambia nella nostra vita. Riguarda ciò che quel cambiamento modifica nel rapporto con noi stessi, con gli altri e con il mondo. E coinvolge la nostra identità, le emozioni, il corpo.
Se stai attraversando un licenziamento improvviso, o conosci qualcuno che sta vivendo questa esperienza, vorrei che queste parole contribuissero almeno a rendere più comprensibile ciò che può accadere.
La difficoltà a ripartire, l’insicurezza che persiste, una paura che ritorna anche quando le circostanze sono cambiate non sono necessariamente segnali di fragilità personale. Possono essere risposte comprensibili a un’esperienza che ha interrotto bruscamente il senso di continuità e sicurezza.
E si può tornare a sentirsi sicuri. A fidarsi delle proprie capacità. A immaginare il futuro. Non sempre con la velocità che il mondo del lavoro sembra pretendere. Ci sono esperienze che hanno bisogno di essere attraversate, non semplicemente superate. E il tempo necessario per farlo merita rispetto.